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Chiunque abbia indossato un paio di jeans si è chiesto almeno una volta a cosa serva quel minuscolo taschino cucito dentro la tasca anteriore destra. È troppo piccolo per una mano, troppo stretto per lo smartphone e poco pratico persino per un mazzo di chiavi. Eppure, è lì, fedele come un vecchio amico, da oltre un secolo.

La risposta è semplice: nasce per contenere l’orologio da taschino. Nel settore tessile si chiama infatti watch pocket, mentre noi lo conosciamo come “quinto taschino”, perché si aggiunge alle quattro tasche tradizionali dei jeans.

Prima degli smartwatch, dei telefoni cellulari e delle notifiche incessanti, l’orologio da taschino era un accessorio indispensabile e anche un raffinato simbolo di eleganza. Veniva portato nel panciotto o nei pantaloni, agganciato a una catenella. Per minatori, operai, ferrovieri e cowboy, però, non era proprio il posto più sicuro. Tra lavori pesanti e spostamenti a cavallo, l’orologio rischiava di cadere o rompersi. Serviva quindi uno spazio piccolo, stretto e protetto: una specie di custodia incorporata nei pantaloni.

I jeans moderni nacquero nel 1871, quando il sarto Jacob Davis ideò un sistema per rinforzare i pantaloni con rivetti metallici e, nel 1873, collaborò con Levi Strauss per brevettare i celebri pantaloni da lavoro rivettati. Erano capi robusti, destinati a minatori, operai e cowboy: niente sfilate, niente influencer e nessuna preoccupazione per l’abbinamento con la borsa. Dovevano semplicemente resistere alla fatica e alla polvere.

C’è chi sostiene inoltre che i cowboy vi nascondessero pepite d’oro. Una scena molto cinematografica, ma probabilmente più vicina alla leggenda che alla realtà: una pepita sarebbe stata difficile da infilare e ancora più difficile da portare senza deformare il jeans. E addio silhouette perfetta.

Il piccolo taschino, già presente nei primi modelli Levi’s e associato anche al celebre Lot 501, aveva dunque una funzione pratica. Era rinforzato con cuciture e rivetti, proprio per proteggere l’orologio da taschino. Poi l’orologio da taschino è stato sostituito prima dall’orologio da polso, poi dal cellulare e infine da dispositivi capaci di fare praticamente tutto tranne dirci dove abbiamo lasciato le chiavi. La taschina, invece, è rimasta.

Con il tempo, il quinto taschino ha cambiato mestiere. È diventato il rifugio per monete, fiammiferi, accendini, auricolari, plettri, bigliettini, chiavette USB e piccoli oggetti che nelle tasche grandi rischierebbero di sparire. Levi Strauss & Co. ha ricordato che questa tasca è stata chiamata anche “taschino delle monete”, “dei fiammiferi”, “dei biglietti” e persino “dei preservativi”. Insomma, una vera professionista della reinvenzione.

Nel Novecento i jeans passarono gradualmente da uniforme da lavoro a capo di moda. Nel 1937 arrivarono persino sulla copertina di Vogue, entrando ufficialmente nell’universo fashion. Da allora il denim è stato proposto in ogni versione possibile: chiaro, scuro, nero, bianco, strappato, ricamato, oversize, skinny e talvolta così aderente da mettere alla prova anche la circolazione sanguigna. Il quinto taschino, però, è rimasto quasi sempre al suo posto.

Il motivo è soprattutto culturale. Ormai è un elemento riconoscibile del design classico dei jeans, un piccolo frammento della loro storia. Eliminarlo significherebbe modificare un dettaglio che i consumatori associano immediatamente al denim tradizionale.

Il quinto taschino, quindi, non è inutile: è semplicemente un pezzo di storia che ha imparato ad adattarsi al presente. E se spesso lo lasciamo vuoto, non preoccupiamoci: sta solo aspettando il prossimo incarico. Dopo tutto, una tasca così piccola non può permettersi di andare in pensione.

Fashion Blogger: Paola Moretti
Fonte: Nanopress.it, Insiderpost.it, Web
Immagine: AI