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Ciao, sono Andrea. La mia è una storia come tante. A casa siamo in cinque: mio padre Angelo, mia madre Alessia, mia sorella Alba di quindici anni, io che ho tredici anni e il mio fratellino Nico, di tre. Le nostre giornate sono più o meno tutte uguali: papà ci da la sveglia prima di uscire per andare a lavorare e noi ci alziamo, ci alterniamo in bagno e, dopo una veloce colazione, mentre la mamma manifesta il suo malumore per l’ansia di fare tardi, ci mettiamo in auto ed andiamo a scuola.

Mi è sempre piaciuto andare a scuola ma, da quando sono alle medie, tutto è diventato più complicato. Studio tanto quanto basta per portare a casa buoni voti e, per il resto del tempo, resto a casa ad ascoltare musica, leggo e bado a Nico. Andrea_perfettamente_chicNon ho molti amici. Un amico ti ascolta se hai bisogno di parlare. Senza giudicarti. Un amico ti da una mano quando serve. A casa non c’è quasi mai un’atmosfera tranquilla. Mia sorella è sempre nervosa come se fosse l’unica a dover affrontare i problemi dell’adolescenza. Abbiamo caratteri diversi ma vorrei che, ogni tanto, mi venisse incontro. I miei genitori discutono di continuo: mamma è sempre indaffarata perché, dice, deve fare tutto da sola e papà, il più delle volte, dopo una lunga giornata di lavoro torna stanco e nervoso. Spesso soffro di solitudine e, come se non bastasse, ci si mettono anche i professori a complicare le cose.

Un giorno, durante la ricreazione (in classe c’era anche la prof di italiano), alcuni compagni mi misero in una situazione imbarazzante. Nonostante fossi dalla parte della ragione, anziché rispondere alle loro provocazioni, mi rifugiai tra le pagine di un libro con la speranza che mi lasciassero in pace. Loro, però, continuarono ad infastidirmi. Ad un certo punto, al limite della sopportazione, mi alzai in piedi battendo le mani sul banco. Sapevo che mi avrebbero tormentato per tutto il tragitto verso casa ma volevo dirgliene quattro a quei prepotenti. Prima che potessi parlare, però, intervenne la prof. Le spiegai la ragione della mia reazione sperando che mi appoggiasse ma, con mia grande sorpresa, mi beccai un rimprovero:

Devi risolvere i tuoi dissapori coi compagni senza chiedere l’intervento degli adulti.

Mi mise anche una nota sul registro di classe mentre quei delinquenti se la ridevano. Rimasi in silenzio cercando di nascondere il mio orgoglio ferito. Qualsiasi reazione avessi alle angherie dei miei compagni, ero sempre io a pagarne le conseguenze. Cominciavo a pensare che ci fosse qualcosa di sbagliato in me. Evitai di parlare a casa di quell’episodio: non avrei sopportato di sentire critiche anche da parte loro.

Il giorno dei colloqui, durante la cena, quella nota fu il pretesto per l’ennesimo battibecco tra i miei genitori. I miei ottimi voti erano passati in secondo piano. Contava soltanto l’ammonimento sul registro. Per troncare la discussione, papà mi chiese se avrei potuto rimediare. Gli assicurai che non sarebbe stato difficile: l’italiano è tra le materie che preferisco. Papà, seppur curioso di conoscere il motivo di quell’inconveniente, mi disse che, finché mi comportavo con educazione, qualche nota ci poteva stare. Io torna a ripetere che avrei sistemato la mia media e lui uscì dalla cucina pensieroso ma soddisfatto.

Ogni giorno all’uscita da scuola subivo in silenzio gli attacchi dei bulli. Rientrando a casa era sempre più difficile fingere che andasse tutto bene e regalare sorrisi allegri al piccolo Nico che mi accoglieva allegramente. Provai più di una volta a parlare con mia madre ma lei aveva sempre qualcosa di più urgente da fare e rimandava dicendo che non era quello il momento di parlare. Mio padre chiedeva spesso ad Alba e me come era andata la giornata. Allora il timore di un giudizio negativo, mi dissuadeva dall’esternare i miei problemi. Mi limitavo a parlare dello stretto indispensabile per poi rifugiarmi nel silenzio.

Un pomeriggio papà rientrò prima dal lavoro annunciando che avrebbe riordinato il suo studio. Quando, dopo aver sottolineato che da tanto non trascorrevamo del tempo insieme, lui mi chiese di seguirlo nello studio fui felice. Chiusa la porta cominciò a rovistare tra le carte che ingombravano la scrivania e si sedette un po’impacciato:

Dovrei essere più ordinato lo so… ed anche trascorrere più tempo con voi. Tu, però, sai meglio di me che non è facile riuscire a fare tutto ciò che si vuole.

Lo guardai con perplessità e lui riprese a parlare:

Non è da te tenerci nascoste cose tipo quella famosa nota. Dopo il tuo rifiuto di spiegarne la ragione, ho capito che qualcosa non andava ma volevo che fossi tu a parlarne. Visto che non lo hai fatto, ho deciso di tenerti d’occhio ed ho scoperto di quei ragazzacci che ti infastidiscono. Non sono intervenuto per non complicarti ulteriormente le cose. C’entrano qualcosa con la nota?

Esitante gli raccontai l’episodio con la prof e lui sospirò infastidito:

Tua madre ed io siamo sempre disponibili ad ascoltarvi quando avete bisogno di parlare. Perché non ci hai detto nulla?

Era molto difficile per me rispondere a quella domanda ma raccolsi il coraggio a due mani e parlai:

Non è facile affrontare certi discorsi con i genitori: anche se so che con te e la mamma posso parlare di tutto. Lo sapete che non mi è mai piaciuto azzuffarmi, giocare a calcio e tutte quelle cose che amano fare i ragazzi della mia età. Il più delle volte mi sento più a mio agio ascoltando le frivolezze delle ragazze che rapportarmi con i ragazzi.

Feci una pausa e papà, esitante, si preparò a fare una domanda. Lo anticipai:

So cosa vuoi chiedermi. Per favore, non farlo. Non sarei in grado di risponderti. Non so neanche io chi sono, papà. Magari è tutto dovuto alla mia timidezza e all’insicurezza che mi rende molto sensibile rispetto ai miei compagni. Non lo so. Più vado avanti e meno ci capisco. La prof mi ha messo la nota perché non vuole accettare che suo figlio è un bullo come quelli che mi infastidiscono. Le fa più comodo vederlo come un ragazzo che sta diventando un uomo coraggioso. Secondo me la prepotenza non c’entra un bel niente col coraggio. Ma non m’interessa. Chiedo solo di non essere giudicato e di essere lasciato in pace. Ho bisogno di capire chi sono e vivere liberamente la mia vita. Non giudicarmi anche tu, papà. Ti voglio un mondo di bene ed ho bisogno di saperti dalla mia parte. Comincio a sentirmi soffocato dai miei silenzi.

Papà mi guardava senza parlare. Si passò le mani tra i capelli e sospirò:

Alla tua età ero amico del bullo della scuola. Un giorno ho scoperto che si serviva della mia amicizia per sottomettere gli altri. Quando l’ho allontanato ha perso tutta la sua arroganza. Affronta quei bulli. Guardali dritto in faccia. Digli che se vogliono dimostrare di essere più forti di te devono sfidarti uno alla volta e non insieme. Vedrai che abbasseranno la cresta. Poi se ti va, aiutali ad accettare il fatto che guardate la vita da diversi punti di vista.

Si passò le mani sul viso e mi guardò:

Caspita! Devi avere una gran confusione nella testa.

Si alzò, venne di fronte a me, mi posò le mani sulle spalle e mi guardò negli occhi:

Non permettere a nessuno di dirti che sei sbagliato. Quel che conta è avere il coraggio di essere se stessi. Non so se sarò in grado di aiutarti a capire te stesso ma ti voglio bene e sarò sempre disposto ad ascoltarti se hai bisogno di parlare. E perdonami se non sono il padre che meriteresti. Se faccio dei passi falsi, fammelo notare. Aiutami ad essere migliore.

Mi abbracciò scompigliandomi i capelli. Quel gesto, una consuetudine di quando ero piccolo, mi diede sicurezza. Ora che papà aveva abbattuto il muro dei miei silenzi mi sentivo più libero e meno solo. Andrea_perfettamente_chic_abbraccio_1

Autore: Di Natale Clorinda