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La vita di Tommaso, medico alla direzione di una clinica ospedaliera, scorreva tranquilla finché una notte fu chiamato d’urgenza: suo figlio Mattia era stato vittima di un incidente stradale. Quando lui e sua moglie Barbara arrivarono in clinica il giovane era scomparso nel nulla lasciando come unica traccia una breve lettera in cui confessava di essere responsabile dell’accaduto e non sopportava il rimorso di aver inferto un grande dolore alla ragazza di cui era da sempre innamorato. Supplicò suo padre affinché salvasse le altre vittime: lui stava bene e poteva cavarsela da solo. Sull’altra auto coinvolta nell’incidente c’erano una coppia di mezza età ed un anziano (appunto i genitori e il nonno della fanciulla di cui parlava suo figlio nella lettera). Ogni tentativo dei sanitari per salvare i tre, fu nullo. Su una sedia nella sala d’attesa era seduta Gemma: l’infermiera amata da Mattia. Tommaso la ricordava perché lei aveva sempre un sorriso per tutti. Era strano vederla così triste. L’uomo andò a sedersi accanto a lei e si sorprese di vedere affiorare sul suo viso, anche in quel momento, un accenno di sorriso. Notando il suo stupore, lei gli disse che suo nonno le ripeteva sempre che il sorriso è in grado di guarire tutti i mali del mondo. Da quel momento Tommaso apprezzò ancor di più quella ragazza che, qualche giorno dopo, riprese a lavorare con lo stesso entusiasmo di sempre.

Nei primi mesi del nuovo anno la primavera arrivò in anticipo portando con se un virus che cominciò a mietere vittime in tutto il mondo, costringendo la gente a distanziarsi e restare chiusa in casa. In TV si susseguivano preoccupanti bollettini sul numero dei contagi. Per Gemma e Tommaso, ogni volta che mettevano piede in ospedale, era come spostarsi su un altro pianeta: indossavano una tuta, dei calzari, guanti, cuffie, mascherine ed una specie di visiera. Sembravano dei guerrieri bardati in una candida armatura che lasciava in vista solo gli occhi. In reparto, indaffarati com’erano, faticavano a distinguersi persino tra colleghi. Col passare dei giorni la maggior parte del pazienti veniva annientata da quel subdolo virus che li privava dell’ossigeno lasciandoli annegare in completa solitudine. Nonostante le difficoltà il personale sanitario si sforzava di sorridere ai pazienti perché, in quella situazione, era più che mai importante regalare loro un segno di speranza. Però, quando tornavano a casa dopo gli estenuanti ritmi di lavoro era impossibile ricacciare indietro le lacrime. Tutti li definivano eroi ma loro si sentivano piccoli e impotenti davanti alle sempre maggiori difficoltà causate dalla pandemia.

Un mattino arrivò in reparto un paziente più giovane rispetto agli altri. Toccò a Gemma occuparsene. Per alcuni giorni la degenza di Riccardo fu abbastanza tranquilla in confronto a quella degli altri pazienti, tanto che, tra una dose di ossigeno e l’altra, lui e l’infermiera ebbero modo di scambiare qualche parola. Da un momento all’altro, però, una notte a causa di una crisi respiratoria più acuta delle precedenti, fu necessario trasferire il ragazzo in terapia intensiva. Per Gemma fu un colpo al cuore entrare in reparto e non trovarlo. Sapeva che non doveva affezionarsi ai pazienti ma in quel periodo sembrava impossibile seguire tutte le regole. Quella sera, quando Tommaso la vide andar via, notò la sua espressione spenta e sfiduciata e decise di tenerla d’occhio. L’indomani mattina la sorprese in medicheria a consultare le cartelle. Le chiese la ragione per cui era lì. Lei gli raccontò di aver sognato suo nonno che era contrariato perché lei non sorrideva più come un tempo:

Sosteneva che il mio sorriso potrebbe dare a Riccardo il coraggio per affrontare i momenti difficili. Non va bene affezionarsi ai pazienti, lo so, ma…

Spiegò al medico che il giovane le aveva accennato del suo lavoro in un istituto di ricerca e che sperava di trovare la cura contro il virus. Tommaso, dopo un momento di esitazione, le chiese se era disposta a seguirlo in terapia intensiva. Lei ci pensò un attimo ed annuì.

La ragazza e il primario attraversarono quella specie di limbo dove i pazienti erano legati alla vita da tubicini che li collegavano ai vari monitor e respiratori. All’improvviso il fruscio ritmico di quei marchingegni fu disturbato dal sibilo acuto dell’allarme di un macchinario. Tommaso si affrettò a raggiungere un paziente, gli iniettò qualcosa nella flebo e chiese a Gemma di prendere la mano di quel giovane e di stargli accanto. Lei obbedì in silenzio. Osservandolo in volto riconobbe Riccardo. Il medico le parlò con franchezza:

Non so se supererà la crisi. Se te la senti puoi restargli accanto. Nel caso in cui si riprenda gli farà bene vedere qualcuno che lo accoglie con un sorriso. Se, malauguratamente, non dovesse farcela, almeno non sarà solo negli ultimi istanti della sua vita.

L’infermiera annuì comprensiva. Contrariamente alle aspettative del medico, il paziente superò la crisi e da quel momento cominciò a migliorare. Gemma, rincuorata, chiese al primario di poter restare accanto ai pazienti in terapia intensiva anche dopo che Riccardo fosse tornato in reparto.

Quando un mese dopo il giovane fu dimesso, chiese di poter salutare l’infermiera ma gli fu detto che era impegnata con un paziente. Dunque, le lasciò un biglietto in cui la ringraziava per essergli stata accanto nei momenti più difficili della sua battaglia promettendole che, se fosse riuscito a realizzare il suo sogno, sarebbe tornato per festeggiare il suo successo con un dolce preparato dall’infermiera col sorriso negli occhi. Quella sera, dopo aver letto le parole del ricercatore, Gemma pregò che Riccardo trovasse la cura: era stanca e sapeva che, finché non fosse stato sconfitto quel nemico invisibile, sarebbe stato difficile rivederlo. E lei aveva bisogno di tornare a vivere la normalità per costruire nuovi affetti.

Trascorsero circa due anni da quel giorno. Tommaso, reduce da un estenuante turno di lavoro, si apprestava a tornare a casa. Mentre attraversava l’atrio della clinica un inserviente attirò la sua attenzione indicandogli un giovane che aspettava seduto su una sedia dell’enorme sala d’attesa:

Abbiamo provato in ogni modo a convincerlo di tornare a casa. È intervenuto persino un agente della sicurezza ma lui non ha voluto sentire ragioni. Dice di essere qui per mantenere una promessa. A noi fa una gran pena.

Vedere quel giovane seduto lì lo riportò ad una sera di circa due anni e sei mesi prima, quando su quella stessa sedia c’era Gemma, addolorata per aver perso genitori e nonno nell’incidente causato da suo figlio di cui ancora non aveva notizie. Dopo essersi assicurato che fossero stati effettuati tutti i controlli relativi al virus, il primario andò a sedersi accanto al ragazzo:

Sono uno dei dirigenti di questo posto. Capisce che siamo in un brutto momento, vero?

Riccardo lo guardò: quell’uomo aveva qualcosa di familiare. Decise di spiegargli le sue ragioni. Gli raccontò che in quell’ospedale aveva vissuto i momenti più difficili della sua vita combattendo la sua dura battaglia contro il virus:

Nei primi giorni dopo il ricovero, mentre si occupava della mia terapia, un’infermiera, per tenermi su di morale, mi disse che si sarebbe ricordata di me per la mia incredibile somiglianza con un noto pasticciere della TV. Le risposi che avrei preferito essere ricordato per aver trovato la cura per uno dei tanti mali che affliggono il mondo. Lei mi guardò con i suoi occhi sorridenti sostenendo che sicuramente sarei riuscito nel mio intento ed avremmo festeggiato il mio successo con un dolce preparato da lei.

Gli spiegò del periodo in terapia intensiva: un’interminabile agonia finché non rivide gli occhi sorridenti della fanciulla che gli diedero la forza di lottare e superare il momento più brutto.

Una volta guarito aveva ripreso il lavoro di ricercatore con più determinazione. Di recente era stato nuovamente contagiato dalla variante più aggressiva del virus:

Preso dal panico, nel timore di dover rivivere l’inferno del primo contagio, da incosciente e fifone quale sono, mi iniettai alcune gocce degli elementi che stavo analizzando per realizzare una possibile cura. Credo di avere qualche angelo lassù che mi vuole bene. In un paio di settimane ho sviluppato gli anticorpi contro il virus e sono tornato negativo: avevo trovato la cura. La prima persona a cui ho pensato in quel momento è stata quell’infermiera dagli occhi sorridenti. Posso sembrare uno stalker ma, mi creda, chiedo soltanto di poterla incontrare per salutarla e ringraziarla.

Il primario lo guardò perplesso:

Ho visto andar via tanta gente a causa di questa pandemia. Sono qui a parlare con te solo perché mi sembra di aiutare mio figlio Mattia ma ti renderai conto che inventare di aver trovato una cura contro questo flagello è un tantino esagerato come pretesto per arrivare alla ragazza di cui sei innamorato.

Però, sospirando, chiese al giovane quale fosse il nome della fanciulla che cercava. Quando sentì la sua risposta, Tommaso gli chiese di seguirlo. Facendogli alcune domande risalì alla sua cartella clinica e capì di avere di fronte Riccardo: era per lui che Gemma aveva scelto di assistere i pazienti in terapia intensiva. Senza pensarci due volte gli spiegò la situazione e, venendo meno ad alcune regole, decise di portarlo dalla ragazza. Mentre passavano accanto ai pazienti intubati Riccardo ritornò con la mente ai momenti trascorsi lì dentro. Aveva rivissuto per tanto tempo, nei suoi incubi, quella terribile sensazione di fame d’aria. Tornò alla realtà solo quando il primario si fermò davanti ad un letto occupato da una donna dai lunghi capelli ramati e parlò al giovane con la voce rotta dall’emozione:

Eccola qui. Il giorno del mio compleanno, prima di essere contagiata, Gemma ha preparato il mio dolce preferito e mi ha fatto una sorpresa assieme ad alcuni dipendenti. Poco fa ha superato l’ennesima crisi e non sappiamo se riuscirà a superarne altre.

Riccardo rimase in silenzio, assalito da mille paure. Mise la mano su quella della ragazza intubata. Lei, di colpo, spalancò gli occhi. Il ricercatore fu colpito. In quello sguardo spento la sofferenza aveva preso il posto della luce del sorriso. Sentì un nodo in gola e una terribile stretta al cuore. Avrebbe voluto mettersi a piangere ed urlare come un bambino ma non poteva. Fece un profondo respiro. Ora toccava a lui fare coraggio a Gemma. Doveva aiutarla a risalire dal buio nel quale si stava lasciando sprofondare. Cercò nel suo cuore le parole che non riusciva a riordinare nella testa:

Vorrei essere bravo come te a dare coraggio agli altri ma, purtroppo o per fortuna, sono un gran fifone. Un mese fa ho beccato la variante del virus e, da grande incosciente, mi sono fatto prendere dal panico ed ho testato una probabile cura sulla mia pelle. Adesso sono negativo. Non stavo più nella pelle. Dovevo renderti partecipe della mia gioia. Non so quante probabilità di riuscita avrà la mia cura ma se tu molli adesso non sono sicuro di riuscire ad andare avanti. Devi farti forza e ritrovare la voglia di sorridere perché tu sei la mia forza, Gemma. Senza i tuoi sorrisi non sarei qui. Senza la tua luce non riesco a credere che si possa tornare alla normalità. Non puoi lasciarti andare. Non…

Smise di parlare perché non riusciva a trattenere il pianto. Tommaso mise una mano sulla spalla del ricercatore e gli chiese se era possibile somministrare la cura alla ragazza. Lui scambiò uno sguardo col primario e tornò a guardare la ragazza che aveva richiuso gli occhi. Tornò a rivolgersi al medico ed annuì:

Credo di si ma…

Il primario lo interruppe sospirando:

Spero che un giorno potremo raccontare che, grazie ad un momento di disperata incoscienza, abbiamo sconfitto questo maledetto virus. Proviamo questa cura. Dobbiamo riaccendere il sorriso di Gemma.

Un anno e mezzo dopo, Tommaso, davanti allo specchio, era un po’nervoso e gli tremano le mani. Alle sue spalle Mattia lo guardava intenerito ed intervenne in suo aiuto:

Lascia fare a me. Ero molto contento quando, il giorno della mia Prima Comunione, mi hai insegnato a fare il nodo alla cravatta. Dovrai aiutarmi quando dovrò fare lo stesso con tuo nipote. Ecco fatto.

Il medico si guardò allo specchio soddisfatto. Prima di iniettare la cura a Gemma aveva promesso a se stesso che se la ragazza fosse guarita avrebbe fatto di tutto per sapere che fine avesse fatto suo figlio. Dopo essersi curato dalla tossicodipendenza il giovane si era innamorato di una ragazza di nome Patty e, la coppia, stava per renderlo nonno. Anche se quello non era il giorno del matrimonio di Mattia, Tommaso aveva un ruolo importante. Un’ora più tardi, infatti, entrava in chiesa tenendo sottobraccio una sposa dai capelli ramati e gli occhi sorridenti. Ad attenderli, davanti all’altare, c’era un giovane con gli occhi chiari. Tra i parenti della sposa c’era sua moglie Barbara. Accanto a lei, Mattia e Patty che aveva la mano sul ventre come a voler proteggere il suo piccolo. Sull’altro lato la madre ed i parenti dello sposo. Tra i presenti, più di qualcuno indossava ancora la mascherina ma tutti erano contenti di assistere a quella cerimonia. Quel “si” che avrebbe unito in matrimonio Gemma e Riccardo sarebbe stato la prova che si era tornati alla tanto sospirata normalità.

Autore: Clorinda Di Natale