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Mi chiamo Raffaele e il prossimo 28 aprile sposerò Vera. Il nostro primo incontro è avvenuto in occasione di una donazione. Almeno una volta all’anno, infatti, entrambi doniamo il sangue. Quel mattino, dopo essermi sottoposto al prelievo, scherzavo con un amico attribuendo il mio nobile gesto al fatto che potevo rimediare una merenda gratis. Lei era davanti a me, si voltò e mi disse che donare il sangue poteva salvare la vita a qualcuno e non c’era da scherzarci su. Era molto seria. Io ero spiazzato e rimasi a guardarla come uno stupido mentre lei si allontanava. Da quel momento desiderai rivederla.

Quando scoprì che era stata assunta dai miei nonni per aiutarli in casa, a momenti mi mettevo a ballare dalla gioia. Sperai invano che non si ricordasse di me e decisi che sarei andato più spesso a far visita ai nonni. Vera era tanto antipatica con me, quanto era amabile con loro. Il nonno capì che ero stato colpito da quella ragazza e, con la sua proverbiale schiettezza, un giorno mi prese da parte e mi esortò a dichiararmi. Davanti agli occhi chiari e ai capelli ramati di lei, però, il mio coraggio svaniva nel nulla. Un mese dopo il dialogo col nonno, ero in auto. Pioveva, lei era senza ombrello ed io le proposi di prestarle il mio. Rifiutò. Lasciai l’auto e la raggiunsi. Le bloccai la strada e le porsi l’ombrello. Lei fece per passarmi accanto, ma io la fermai e insistetti affinché accettasse il mio aiuto prima di bagnarsi di più e prendere il raffreddore. Restammo a guardarci in silenzio per alcuni istanti, sfidandoci con lo sguardo. Poi la vidi avvicinarsi e mettersi al riparo sotto l’ombrello. Vera accennò un sorriso imbarazzato e si scusò per lo scatto nervoso del nostro primo incontro. Le presi le buste dalle mani e c’incamminammo, in silenzio, verso casa dei nonni. Davanti al portone mi chiese se salivo anch’ io. Stavo per dirle di sì quando ricordai di aver lasciato le chiavi nell’auto. Posai le buste nell’ascensore, la salutai e corsi via. Senza ombrello. Da quel giorno cominciammo a parlare. Scoprì che lei aveva ventidue anni, veniva dall’Ucraina, che il più piccolo dei suoi fratelli, vittima di un brutto incidente, aveva perso la vita perché non c’era il sangue necessario per una trasfusione. Lei era in Italia per aiutare la famiglia ad andare avanti dopo che sua madre era rimasta senza lavoro.

L’ultimo dell’anno chiesi aiuto ai nonni per convincere Vera a venire ad una festa organizzata con i miei amici. Ci divertimmo un sacco e lei conquistò tutti col suo accento russo e con la sua allegria. Quando la riportai sotto il portone di casa riuscì a trovare il coraggio di aprire il mio cuore. Le dissi che mi piaceva il suo italiano un po’ zoppicante, che il colore dei suoi capelli la rendeva unica, che adoravo vederla ridere ed altre cose sciocche. Poi mi fermai un secondo e le confessai che l’amavo dal primo momento in cui l’avevo vista. Lei sorrise. Le brillavano gli occhi dalla gioia. Mi disse che lo aveva capito:

Quel giorno che mi hai riaccompagnata e ti sei preso un bel raffreddore per essere scappato a riprendere l’auto senza ombrello.

Aveva l’espressione più dolce del mondo e mi disse che anche lei mi amava. In quel momento fu come se il tempo si fosse fermato. Eravamo lì con un mare di cose da dirci, ma nessuno dei due osava parlare per non rovinare quella magia. Il bacio che seguì quel lungo dialogo silenzioso fu la cosa più naturale e speciale del mondo. Quando entrambi ce ne andammo ognuno per la propria strada avevamo il cuore in subbuglio. Credo che quello sia stato il più bel Capodanno della nostra vita.

Da quella confessione sotto al portone passarono alcuni mesi in cui Vera ed io imparammo a conoscerci e scoprimmo di avere in comune molte più cose di quanto credevamo. Quando parlai a mamma e papà dei miei sentimenti per Vera cominciarono i problemi. Se fino a quel momento lei era sempre stata descritta come la ragazza migliore del mondo, quel giorno i miei genitori cominciarono a tirar fuori mille ragioni per cui dovevo togliermela dalla testa. Nonostante ciò, la nostra storia è andata avanti. Sono passati alcuni anni da quel magico Capodanno. Come tutte le coppie, spesso abbiamo avuto degli alti e bassi. Ci siamo scontrati su parecchie cose, ma siamo sempre riusciti a venire a capo di ogni litigio. Anzi, i battibecchi ci hanno aiutato a crescere e capirci di più. La decisione di sposarci è arrivata  quando una coppia di amici ci ha annunciato l’arrivo del loro primo figlio. Vera era preoccupata per via dei contrasti con i miei. Per tranquillizzarla ho realizzato la mia proposta di matrimonio, ispirandomi alle matriosche e alle faccine sul pc. Tornati da una serata in pizzeria le ho chiesto di sederci un momento sui gradini davanti al portone e le ho messo davanti una scatola abbastanza grande sul cui coperchio erano disegnate due faccine: una un po’ imbronciata, l’altra con un enorme sorriso e gli occhi a cuoricino. Lei, sorpresa, ha sollevato il coperchio  della prima scatola ed ha sbirciato all’interno. Ha tirato fuori una seconda scatola sul cui coperchio c’erano altre due faccine: una imbarazzata, l’altra reggeva l’ombrello ed aveva occhi a cuore ed un enorme sorriso innamorato. Lei cominciò a capire chi rappresentavano le faccine. Aprì anche quella scatola e ne estrasse una terza. Le faccine sul coperchio avevano entrambe gli occhi a cuore, erano circondate da tante stelline e tra loro c’era un cuoricino con su scritto “I love you”. Vera si fermò un attimo per asciugarsi una lacrima. Con le mani che le tremavano sollevò il coperchio e tirò fuori la scatola numero quattro, sulla quale c’era la faccina innamorata, una faccina che sorrideva ma aveva una lacrimuccia sulla guancia e attorno a loro delle scatole. Aprì anche quella scatola e tirò fuori la successiva che sul coperchio aveva scritto “Dimmi di sì…”

Vera aprì anche quella e cominciò a piangere come una fontana nel leggere sul coperchio “… mi vuoi sposare?” Quello per me era un sì.

Le presi la scatola con la proposta dalle mani, l’aprì e tirai fuori lo scatolino con l’anello. Le presi la mano e glielo misi al dito. Ci abbracciammo e lei continuò a piangere come una bambina. Poco dopo siamo saliti dai nonni. Loro sono stati i primi a sapere che ci sposiamo. I miei dovranno farsene una ragione. Intanto siamo già entrati nel caos dei preparativi per il nostro giorno più bello.

Autore: Clorinda Di Natale